Carla Marchesoni

 
“Veramente è grande, chi è grande nella carità” (Imitazione di Cristo 1,3) (4 ottobre 1925 -15 gennaio 2008)

«Quanti l’hanno conosciuta possono testimoniare la sua ricchezza spirituale e intellettuale, (…) il suo impegno per costruire l’unità dovunque Dio la volesse». Così si è espressa Chiara Lubich annunciando ai Focolari l’improvvisa partenza per il Cielo di Carla Marchesoni, in seguito ad una caduta.

Fin dai primi anni di focolare, Carla si è donata con un amore senza misura a Trento e in Sicilia. Dal 1968, al Centro del Movimento, ha dato il suo prezioso contributo assumendo vari incarichi e responsabilità.

Dalla sua fitta e costante corrispondenza con Chiara riportiamo uno stralcio per tutti: “Mi è venuto nell’anima un profondissimo desiderio, quello di amare Dio tanto, in fretta, nell’unità, finché il Suo disegno in me sarà compiuto”.

Nata nei pressi di Trento il 4 ottobre 1925, dopo la morte della mamma, a tre anni, è accolta, con il papà e i fratelli, dalla nonna materna e da una zia, con cui trascorre l’infanzia e la fanciullezza. Poi il trasferimento a Trento dove il papà ha trovato lavoro. In quegli anni, Carla si impegna soprattutto nello studio per raggiungere una media alta, che le consenta l’esonero completo dalle tasse scolastiche.

Poi la guerra. I bombardamenti sono frequenti. Il 13 maggio ’44 ce n’è uno terribile, in seguito al quale, a scuole chiuse, “Fui promossa – ricorda – con i voti dello scrutinio. Ero dunque maestra!”

A guerra finita, in sala Massaia si trova con alcune ragazze a confezionare dei pacchi. «Ne riconobbi alcune – racconta in seguito -, già studentesse delle magistrali. In particolare una giovane con le trecce. Mi accolsero con gioia. Tornai ancora. Mi colpì il loro linguaggio: Gesù era veramente una persona vicina con cui parlare. Fu il primo shock: anch’io Lo ricevevo ogni mattina, nella Comunione, ma Lui chi era per me? Osservavo quello che  facevano, quello che dicevano. Conobbi Ginetta, Lia, Dori, Graziella, Gis, Vale [le prime ragazze che seguirono Chiara Lubich ndr]. Una mattina Aletta raccontò alcune esperienze, illuminate da  un brano del Vangelo letto insieme il giorno precedente. Fu il secondo shock: non trovavo, in me, la stessa vita!  Dori  mi incoraggiò a credere all’amore di Gesù. Così andai avanti. Un’altra volta fu Chiara Lubich a parlare di Gesù, del Suo dolore, del Suo amore. Tutto era nuovissimo!»

Per lavoro si reca a Milano. Cerca di convincere se stessa che non avrebbe potuto vivere come Dori, le cui lettere, tuttavia la mettono in crisi. Dopo due anni, di nuovo a Trento: «Ad un tratto, mentre una focolarina che era venuta a trovarmi, stava parlando, mi sono chiare le parole di S. Agostino: “Temo il Signore che passa”. Sono scoppiata in pianto. Il giorno dopo, festa di Cristo Re,  in focolare, iniziò per me una vita nuova. Scrissi subito a Chiara: ‘Ci sono’».

Il 6 gennaio 1952, mentre tutta la città è avvolta da un manto bianco di neve, segue Dio come focolarina. Questo il proposito a cui rimane fedele fino alla fine:

Voglio vivere (…) con l’aiuto di Dio, (…) perché il Regno di Gesù fra noi avanzi, infiammando tutti”.

Regolamento (500)

 

Leggi anche